La solitudine dell’imprenditore

Decidi a sensazione o misuri tutto?
In entrambi i casi hai un problema. Per risolverlo, partecipa al prossimo webinar.

È una sera di un giorno lavorativo come tanti. L’azienda è vuota, i corridoi silenziosi. Le luci dei reparti si sono spente da tempo e la solitudine avvolge l’imprenditore ancora presente in ufficio.

Nessuna emergenza, nessun incendio da spegnere. Solo quella sensazione persistente: il dubbio che qualcosa gli stia sfuggendo, un’irrequietezza che non lo abbandona.

Apre il file delle vendite, poi il foglio con le ferie del personale, infine dopo la tabella con le scorte di magazzino torna al file delle vendite. Ma ciò che cerca non è lì. In ogni file ci sono decine di decisioni già prese e altrettante ancora da compiere.

Una scena che ho visto più volte. Talvolta da protagonista, nelle tre imprese che ho fondato a partire dal lontano 1993. Altre volte da testimone nelle aziende dei miei clienti.

Non importa quanto sia preparato, esperto o “al comando”, ci sono momenti in cui la solitudine prevale su tutto.

Non è vittimismo, ma la descrizione di un’esperienza reale, comune a molti e troppo spesso taciuta perché contrasta con l’immagine dell’imprenditore forte, determinato, coraggioso e di successo.

Chi ha la responsabilità di guardare lontano, con i piedi piantati nel presente, sa che nel momento della decisione è solo.

È inutile girarci attorno. Fa parte del ruolo.

Sente il bisogno di raccogliere più informazioni possibili per fare scelte consapevoli, ma raramente il contesto, il mercato e i tempi veloci lo permettono.

Le scelte sono quasi sempre scelte sub-ottimali.

Chi decide fa ciò che può con ciò che ha.

In queste circostanze, e non solo, è normale sentirsi soli.

La solitudine che non si vede

Essere soli e sentirsi soli sono due condizioni profondamente diverse. La prima è uno stato fisico, la seconda uno stato dell’anima. Si può essere circondati da persone e provare un senso di vuoto, oppure trovarsi in una stanza vuota e sentirsi in completa pace.

A volte la solitudine si presenta a fine riunione, quando tutti escono e l’imprenditore resta nella stanza, seduto nella sua poltrona per alcuni minuti, chiedendosi se abbia fatto le scelte giuste.

A volte la solitudine arriva di notte, quando i familiari dormono e l’imprenditore resta sveglio a rimuginare.

È quella sensazione sottile che lo accompagna anche durante momenti che dovrebbero essere spensierati, come durante una cena con amici quando chiedono “come va l’azienda” e lui non sa da dove cominciare o cosa sia opportuno condividere.

La solitudine di chi guida è così: discreta, silenziosa, persistente.

Ho fondato la mia prima impresa il 17 marzo 1993 a 19 anni. Non avevo le competenze di oggi, ma già allora intuivo che chi sta al timone è solo e non può permettersi il lusso di condividere tutto.

Non può sfogarsi troppo, non può mostrarsi incerto, non può dire: “Non lo so”.

Col tempo diventa un’abitudine mentale. Trattiene. Incassa. Va avanti.

E spesso, da fuori, appare solo forte.

Ma quella forza, se non è sostenuta, rischia col tempo di trasformarsi in chiusura.

Chi regge il peso ha bisogno di sentirsi ascoltato, non solo seguito.

Ha bisogno di confronto, non solo di esecuzione.

E soprattutto ha bisogno di contesti in cui possa essere Persona, prima che ruolo.

E di concedersi di tanto in tanto un gesto di tenerezza verso la propria famiglia che comprende le inevitabili assenze.

Più in alto vai, più sei solo

Ricordo con chiarezza una riunione in un’azienda che seguivo da mesi. Il tema era delicato: una ristrutturazione interna che avrebbe toccato tutti, me compreso.

L’imprenditore aveva ascoltato attentamente, preso appunti, fatto domande. Quando la riunione finì, tutti si alzarono. Solo lui rimase seduto, in silenzio.

Mi avvicinai e gli chiesi: “Tutto bene?”

Rispose piano: “Più in alto vai, più sei solo. Più la gente ti ascolta, meno ti parla davvero.”

Quella frase mi è rimasta impressa. Perché è vera.

In un ruolo di vertice, sembri avere sempre persone attorno. Ma in realtà hai solo gente che ti guarda, ti osserva, ti giudica e aspetta.

Smettono di parlarti come facevano prima. Condividono ciò che conviene, non ciò che serve realmente.

Ti riferiscono, non si confrontano.

La stanza, da luogo di dialogo, si trasforma in un luogo di attesa.

Il rischio è che tu, come guida, prenda decisioni cruciali senza un vero contraddittorio.

La solitudine, in questi casi, non è solo emotiva, ma strategica e pericolosa.

Bisogna ricreare spazi autentici di confronto, non solo di formalità.

Serve un clima in cui chi guida possa chiedere: “Voi cosa ne pensate davvero?”

Perché anche la determinazione più solida può vacillare senza fiducia e confronto autentico.

La maschera del capo sicuro

Capita di dover prendere decisioni difficili con il fiato corto e la testa piena, nonostante la sicurezza mostrata verso l’esterno.

Rispondere con prontezza, stringere i denti facendo quello che gli altri si aspettano. Nessuno dubita. Nessuno si chiede: “In quei momenti, come si sente davvero il capo?” Chi agisce così crede che non mostrare mai una crepa di debolezza sia parte del proprio dovere.

Per anni ho pensato che fosse giusto. Che il ruolo di chi guida fosse anche quello di proteggere gli altri dalle proprie fragilità. Ma a che prezzo? Col tempo, ogni maschera che non ti appartiene diventa più pesante. Scava dentro. Ti allontana dagli altri e, a volte, da te stesso.

Il problema non è avere dubbi. Il problema è non avere nessuno con cui condividerli. La cultura del capo “sempre forte” è una trappola dalla quale liberarsi il prima possibile.

Chi non si concede il diritto di essere vulnerabile, in quanto umano, condanna anche gli altri a fare lo stesso. E in un’azienda dove nessuno si mostra mai autentico, si smette di crescere davvero.

Guidare bene, invece, significa anche riuscire a dire: “Oggi non ho tutte le risposte, ma sono disposto ad ascoltare, a cercarle insieme.” È un gesto di umanità e di coraggio.

Relazioni alterate dal potere di chi ha fatto carriera

Quando il ruolo cresce, i rapporti cambiano. Non succede all’improvviso, ma gradualmente. Le battute in tua presenza diventano più caute, i sorrisi più controllati, i feedback più filtrati.

Nessuno dice esplicitamente: “Non posso più parlarti come prima”, ma lo percepisci chiaramente. Accade anche con chi ti conosce da anni. Non è paura, è distanza. Quella distanza che il potere, involontariamente, crea.

All’inizio ti dispiace. Poi ti abitui.

Ti capita di arrivare in azienda, pensare ai tuoi collaboratori e chiederti: “Quanti di loro mi dicono davvero come stanno le cose?” La risposta, spesso, è: pochi.

Non è questione di fiducia, ma di ruolo. Sei diventato il punto di riferimento. E quando sei tu il riferimento, diventa difficile per gli altri mostrarsi autentici. Si adattano alle circostanze. Si proteggono. E così, senza rendertene conto, perdi il contatto con l’autenticità delle relazioni.

Il rispetto, nella cultura Zero Alibi, non significa silenzio o reverenza. Significa avere il coraggio di parlarsi con onestà e trasparenza, anche quando è scomodo. Soprattutto quando c’è un prezzo emotivo da pagare. Serve empatia per riconoscere la paura nell’altro, e responsabilità per non alimentarla.

Senza confronto, chi decide perde contatto

C’è un momento in cui, se nessuno contraddice più il leader, questi inizia a credere che le sue idee e scelte siano sempre giuste. Ed è qui che inizia il pericolo. Non per arroganza, ma perché gli manca qualcosa di essenziale: il confronto.

In azienda, la verità non sta mai da una parte sola. Si costruisce insieme. Quando chi guida non riceve più feedback sinceri, comincia a vivere in una bolla — una bolla che prima protegge, poi isola e infine inganna.

Le voci fuori dal coro sono una benedizione.

Non quando qualcuno fa il bastian contrario per principio, ma ogni volta che un collaboratore offre un punto di vista differente dalla massa.

Perché nessuno può reggere il timone a occhi chiusi. Serve uno sguardo lucido, anche se scomodo. Serve chi ha il coraggio di dire: “io la penso diversamente…”

Il confronto non è un attacco. È un atto di responsabilità reciproca. E chi guida bene lo sa: più è solido il confronto, più è forte la direzione. Anche nell’incertezza.

La cultura Zero Alibi si riconosce da questo: dal valore dato al confronto, non dalla quantità di obbedienza.

Il silenzio logora più del conflitto

Molti credono che il silenzio sia sinonimo di pace e che un team silenzioso sia un team sereno. Ma in azienda, il silenzio prolungato è spesso un sintomo pericoloso: di paura, di sfiducia e di mancanza di ascolto.

Circondarsi di silenzi perché “almeno così nessuno si lamenta” diventa tossico. Questo approccio fa perdere il senso del limite, disabitua al confronto e logora l’entusiasmo.

È meglio un dissenso espresso che una rassegnazione taciuta.

Meglio un confronto acceso che una quiete artificiale. Quando le persone smettono di parlare, non è perché va tutto bene: è perché credono che parlare non serva a nulla.

Chi guida ha la responsabilità di creare spazi in cui parlare abbia valore. Di trasformare il conflitto in uno strumento di crescita invece che in una minaccia da evitare. Per farlo servono fiducia, empatia e speranza.

La cultura Zero Alibi non teme i conflitti. Li accoglie, li ascolta, li trasforma. Perché sa che senza confronto, senza dialogo, senza verità… si resta soli. Anche quando la stanza è piena di persone.

La solitudine non è colpa tua, ma è affar tuo

La solitudine di chi guida non è una colpa né un fallimento. È semplicemente un effetto collaterale. L’unico vero errore è ignorarla.

Accade perché chi guida vuole proteggere gli altri. Si ripete “non posso scaricare le mie fatiche su chi lavora con me” e ritiene che sostenere tutto il peso sia parte intrinseca del suo ruolo. Così, nel tentativo di proteggere tutti, finisce per trascurare se stesso.

Con l’esperienza ho imparato che esiste una linea sottile tra responsabilità e isolamento. Attraversarla fa più male di quanto si possa immaginare, perché gradualmente ci si disabitua a chiedere, a fidarsi, a lasciarsi aiutare.

La solitudine, quando diventa cronica, distorce la percezione. Ti fa credere di essere l’unico che mantiene tutto in piedi. Ma la realtà è diversa: ogni impresa sana si regge su più spalle. Se la tua è l’unica a caricarsi di tutto il peso, qualcosa nel sistema non funziona.

Prendersi cura di sé non è egoismo. È un atto di rispetto: innanzitutto verso se stessi come Persona, poi verso il proprio ruolo e infine verso gli altri. È anche una forma profonda di amore verso la propria umanità e quella di chi ti sta accanto.

Il vero coraggio è aprirsi al confronto

Ho incontrato imprenditori e manager capaci di affrontare fallimenti, crisi di mercato e ristrutturazioni complesse. Ma il gesto più coraggioso che abbia mai visto è stato questo: sedersi davanti al proprio team e dire “Aiutatemi a capire cosa sto sbagliando”.

In queste cinque parole c’è:

  • una richiesta d’aiuto
  • la voglia di comprendere
  • l’ammissione di un errore
  • l’assunzione di responsabilità
  • l’intenzione di rimediare.

Per farlo serve una forza speciale. Non quella dell’infallibilità, ma quella dell’umiltà. Quella che dice: non ho paura di imparare, non ho paura di cambiare idea, non ho paura di tendere la mano per farmi aiutare dalla mia squadra.

La cultura Zero Alibi si fonda anche su questo: sul diritto – e il dovere – di confrontarsi. Non come gesto episodico, ma come pratica quotidiana. Il confronto non indebolisce l’autorità, ma la rafforza, perché la rende autentica, condivisa e legittimata.

Chi guida bene non è chi parla di più, ma chi ascolta di più. Non è chi ha sempre ragione, ma chi cerca la ragione insieme agli altri. Nel merito. Con rispetto. Con responsabilità.

Il vero coraggio, oggi, è creare spazi di verità. Anche se fanno tremare. Anche se mettono in discussione. È così che si cresce. Insieme.

Compiti per casa

Se sei tu che guidi, ti propongo un esercizio semplice. Non un cambiamento radicale, ma tre domande da portare con te, pensando ai tuoi collaboratori:

  1. Chi mi dice realmente la verità?
  2. Dove mi sto nascondendo dietro al ruolo?
  3. Cosa posso fare, da domani, per non restare solo?

Non servono supereroi. Servono leader umani. Presenti. Responsabili. Capaci di costruire relazioni fondate sul rispetto e sul merito.

Perché reggere il timone è una responsabilità enorme.

Ma nessuno dovrebbe farlo da solo.

Conclusioni

Se cerchi un profilo di imprenditore o di manager perfetto cui aderire, stai solo perdendo tempo: non esiste.

Non lo nego, ci sono dei tratti che aiutano chi fa impresa: intraprendenza, determinazione, coraggio, leadership, visione, concretezza, forza di volontà. Giusto per citarne alcuni.

Alla fine, ciò che distingue chi fa impresa è una cosa sola:
la voglia di perseguire la sua visione assumendosi tutti i rischi.

Libri che ho scritto

Non sono uno scrittore.
Mi piace condividere la mia esperienza, perché credo che mettere a disposizione degli altri un po’ del proprio sapere, contribuisca a rendere il mondo del lavoro un posto migliore.

Non è
colpa mia

Riconosci, gestisci e smonta 52 alibi comuni nelle PMI italiane.

Matrice delle competenze

Guida definitiva che per costruire la tua matrice delle competenze.

libro processi aziendali semplici

Processi aziendali semplici

Realizza passo passo i processi della tua azienda.

libro processi aziendali semplici

Intelligenza
Aziendale

L’unico metodo nato nelle PMI italiane che unisce processi, Persone, prestazioni.

Non disponibile

Iscriviti a Zero Alibi News

Costruisci il tuo ecosistema anti alibi.
Zero Alibi non è solo divulgazione.
È un modo di vivere la gestione del personale,
affinché le Persone facciano quello che c’è da fare, come e quando va fatto.
Ruoli chiari, responsabilità senza scaricabarile, meno “non è colpa mia” e più esecuzione responsabile.

Puoi apprendere molto da ciò che accade in aziende come la tua.
Scrivere non è il mio mestiere, ma lo faccio ugualmente per condividere la mia esperienza.

Paolo Balestra · senior HR Manager

Costruisco organizzazioni a prova di alibi in cui la produttività e il benessere sono in armonia.

Da “non è colpa mia” a chi – fa cosa – come – entro quando, ivi comprese le relazioni sindacali.

Paolo Balestra autore del protocollo Zero Alibi e del metodo Intelligenza Aziendale