La speranza non risolve i problemi delle imprese, ma crea lo spazio mentale per immaginare le soluzioni

La speranza non risolve i problemi delle imprese, ma aiuta a creare lo spazio mentale per immaginare le soluzioni.

La speranza è quell’unicità che distingue il genere umano da qualsiasi altra specie che popola il nostro pianeta. È quell’elemento intrinseco che ci conferisce la capacità di immaginare un futuro migliore del presente nel quale siamo.

Introduzione

La speranza è ciò che ci spinge a creare, innovare, migliorare, progredire ed eccellere. È una forza generatrice capace di trasformare idee appannate in qualcosa di concreto, così come le sfide in opportunità.

La speranza è anche responsabilità verso se stessi, verso la propria famiglia e, per chi guida altre Persone, è anche responsabilità collettiva per condurle verso obiettivi comuni.

La speranza è una fiammella che ciascuno custodisce nel proprio cuore e che, dalla notte dei tempi, alimenta il progresso del genere umano. La stessa fiammella che è nel cuore di ogni imprenditore, gli fa affrontare le avversità perché crede che il domani sarà migliore dell’oggi.

Ma ci sono momenti in cui questa fiammella si affievolisce e diventa più debole.
Sì, a volte la speranza vacilla fino a generare comportamenti a tratti pericolosi.

Impariamo a riconoscerli per tempo, prendendo in prestito dalla letteratura italiana alcuni tratti del capolavoro di Dante: la Divina Commedia.

Non tutti vivono la speranza nello stesso modo. Nel mondo del lavoro, le Persone reagiscono in maniera differente alle sfide e alle difficoltà: alcuni si arrendono fino a lasciarsi sopraffare; altri, pur consapevoli dei problemi, scelgono di non prendere posizione; infine, ci sono coloro i quali, spinti dalla forza della speranza, si rimboccano le maniche e si danno da fare.

Questi tre approcci riflettono altrettante categorie di imprenditori e manager, che Dante ci aiuta a identificare attraverso immagini potenti, al fine di riconoscere sia i comportamenti dannosi che quelli utili, per alimentare quella fiammella che è in ciascuno di noi e andare oltre.

Chi si arrende

Non c’è fallimento più grande che rinunciare a provare.

Senza indagare le ragioni più intime e personali che spingono questi imprenditori e manager a restare immobili, anche quando i nodi vengono al pettine mostrandosi con chiarezza, in questa categoria rientra chi:

  • non progetta il proprio futuro;
  • invece di lavorare sull’azienda, lavora nell’azienda, analogamente ad un dipendente;
  • investe tutte le sue energie nell’operatività quotidiana e niente nella progettualità di medio periodo;
  • reagisce a ciò che accade solo quando, spesso, è troppo tardi.

Ponendo questi imprenditori in un’immaginaria linea del tempo, li possiamo osservare mentre rivivono il proprio passato nella quotidianità. Anziché guardare avanti, rimangono intrappolati in un ciclo ripetitivo che impedisce loro di evolvere e di affrontare le sfide con visione, vigore e strategia.

“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.”
(Inferno, Canto III)

Questa frase, scolpita sulla porta dell’Inferno, rappresenta chi ha smesso di credere nel futuro. Gli imprenditori e i manager che si arrendono alle difficoltà – che siano crisi economiche, sfide di mercato o conflitti interni – perdono non solo la loro guida, ma anche la fiducia di chi li segue.

Riflessioni pratiche

  • Ogni difficoltà cela in sé l’opportunità per ridefinire obiettivi, priorità e piano d’azioni.
  • Ciò che ritieni difficile è tale perché ti manca una strategia (o un processo) per affrontarlo e risolverlo.

Chi non prende posizione

Un ex collega che un tempo mi fu mentore e che, con grande riverenza, chiamavo “il vecchio” un giorno mi disse: “Di fronte ad un problema, stai fermo: otto volte su dieci si risolve da sé e una volta su dieci non è un vero problema.”

Ho riflettuto a lungo su questa frase e, sia in passato che oggi, posso affermare con totale risolutezza che io la penso diversamente.

Sebbene pronunciate con una punta di saggezza, queste parole rappresentano una trappola per quegli imprenditori che scelgono l’immobilismo.

Questa categoria include chi, pur consapevole delle difficoltà, evita di prendere posizione per i più svariati motivi quali, ad esempio, la paura di sbagliare, il timore di assumersi ulteriori responsabilità, l’attenzione su altri temi.

Adottando questo atteggiamento passivo, aspettano che i problemi si risolvano da sé o che qualcun altro intervenga al posto loro.

Tuttavia, restando fermi, l’unica cosa che accade nel breve periodo è che le difficoltà si accumulino. Nel medio periodo, invece, le mancate decisioni così come le mancate azioni erodono la fiducia dei collaboratori e la propria autostima.

Ponendo questi imprenditori su un’immaginaria linea del tempo, li troviamo fermi in un eterno presente, incapaci di guardare al futuro, incapaci di generare soluzioni, poiché, piuttosto che risolvere i problemi, preferiscono ignorarli in un’illusione destinata ad infrangersi rapidamente con la realtà.

“Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa.” (Inferno, Canto III)

Questa frase di Dante (Inferno, Canto III) è una condanna degli ignavi, coloro che non prendono posizione né per il bene né per il male. È carica di disprezzo, tanto che perfino il mondo – che di solito preserva la memoria di ogni tipo di azione – li ignora. Anche la misericordia divina e la giustizia li rifiutano, poiché non hanno mai vissuto con un reale impegno o una scelta consapevole. Attraverso Virgilio, Dante invita a non soffermarsi su di loro, ma a proseguire oltre.

È un monito contro l’indifferenza e l’inazione: chi non prende posizione non contribuisce né al progresso né al cambiamento, rimanendo irrilevante nel flusso della storia.

Riflessione pratica

Essere imprenditori significa scegliere e agire.
Rompi il ciclo dell’immobilismo con piccoli passi: inizia affrontando una decisione semplice e costruisci la fiducia in te stesso e negli altri.

Chi si dà da fare

La speranza eleva la nostra specie un gradino più in alto rispetto a tutte le altre.

È una condizione necessaria per prosperare, ma di per sé è insufficiente: ci restituisce una visione nella quale credere, ma una visione senza azioni concrete resta incompiuta.

Allo stesso modo, azioni concrete, senza una visione che le indirizzi, restano vuote di prospettiva.

Viceversa, speranza e azioni insieme fanno realmente la differenza.

Chi si dà da fare sono Persone che non aspettano gli altri, ma si assumono la responsabilità delle scelte e delle azioni in modo proattivo. Non aspettano che le cose accadano, ma scelgono di farle accadere. Hanno una visione a medio – lungo termine che conferisce una direzione chiara verso la quale tendere e ispirare i propri collaboratori.

Darsi da fare corrisponde anche all’assunzione di responsabilità verso sé stessi, la propria famiglia, i propri dipendenti, le loro famiglie, verso il contesto sociale e l’ambiente in cui è insediata l’impresa.

Questa categoria di Persone e di imprenditori agisce con etica e con la consapevolezza che le proprie scelte e il proprio agire impattano anche al di fuori del perimetro aziendale.

Queste sono le Persone che adoro e con le quali amo lavorare. Insieme, si fanno grandi cose.

Ponendo questi imprenditori sulla linea del tempo, li vediamo proiettati verso il futuro, capaci di apprendere dal passato senza restarne intrappolati. Ogni giorno, con piccoli e grandi passi, costruiscono il domani che desiderano.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Canto XXXIV, v. 139) L’ultima frase dell’Inferno, che rappresenta il passaggio dal buio alla luce e la speranza di salvezza, perché “Sperare significa vedere opportunità dove gli altri vedono ostacoli.” (Winston Churchill)

Riflessioni pratiche

  • “Fatto è meglio che perfetto” (citazione di un Anonimo).
  • La speranza è importante, ma senza azioni rimane un’idea astratta. Pianifica, agisci e coinvolgi chi ti circonda nella realizzazione della tua visione: il futuro va costruito insieme a partire da oggi.

Conclusioni

Nessun giudizio sulle tre categorie di Persone e di imprenditori. Esistono. Solo tu sai dove collocarti e, quantomeno per le prime due categorie, potrebbe non piacerti affatto: per alcuni può avere l’effetto di una doccia fredda, per altri un’amara realtà, ad altri ancora potrebbe suscitare un senso di fastidio.

Quale che sia la tua sensazione, è tua. Riconoscila. Accoglila. Senza giudizio. Le tue scelte, le tue azioni (comprese quelle che non hai voluto compiere) ti hanno portato dove sei oggi e, in questo momento, sei la versione migliore di te stesso.

Il mondo sarebbe un posto migliore se tutti condividessimo con gli altri la migliore versione di noi stessi.

Compito per mettere subito in pratica e prossimi passi

Prendi carta e penna.
Osservati un istante e rifletti su di te.
Rispondi per iscritto alle domande che seguono.

  1. In una scala da 0 a 10, quanto sei soddisfatto dell’attuale versione di te stesso?
  2. Questa versione di te stesso corrisponde esattamente a quella che vuoi condividere con le Persone a te care e con tutte le altre?
  3. Cosa colmerebbe la distanza che stai notando?
  4. Quali sono le azioni concrete che, fatte ogni giorno, ti avvicinano alla versione di te che vorresti condividere con gli altri?

Libri che ho scritto

Non sono uno scrittore.
Mi piace condividere la mia esperienza, perché credo che mettere a disposizione degli altri un po’ del proprio sapere, contribuisca a rendere il mondo del lavoro un posto migliore.

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Paolo Balestra · senior HR Manager

Costruisco organizzazioni a prova di alibi in cui la produttività e il benessere sono in armonia.

Da “non è colpa mia” a chi – fa cosa – come – entro quando, ivi comprese le relazioni sindacali.

Paolo Balestra autore del protocollo Zero Alibi e del metodo Intelligenza Aziendale