Fallire nell’identità imprenditoriale è molto pericoloso

Nella nostra società il fallimento è un tabù che macchia in modo indelebile la reputazione dell’imprenditore, al punto da non renderlo più credibile agli occhi degli altri.
Eppure, tutti quelli che fanno impresa hanno provato almeno una volta la voglia di gettare la spugna davanti alle avversità. Anche questo è normale, così come in altre culture è normale pensarla diversamente.

Che cos’è il fallimento? Origine e significato del termine

Con il termine fallimento si intende un esito negativo, disastroso, un grave insuccesso. Corrisponde al riconoscere l’inutilità dei propri sforzi, l’impossibilità e l’incapacità di raggiungere gli scopi fissati, rinunciando definitivamente alla lotta, all’azione.

Fallito si riferisce ad una Persona che nella vita non ha concluso nulla, non è riuscita in nessuna delle sue aspirazioni.

Il termine fallire deriva dal latino fallĕre «ingannare, ingannarsi, sbagliare». Commettere un fallo o una colpa, sbagliare (fonte: Treccani).

Tratti principali della cultura del fallimento come colpa

La cultura che collega il fallimento alla colpa ha radici profonde sia nella storia occidentale che in altre tradizioni culturali, ma ha un particolare impatto nel contesto moderno, specialmente nelle società capitalistiche e industrializzate.

Individualismo e responsabilità personale: Nelle società occidentali, fortemente influenzate dall’ideologia capitalista e individualista, il successo e il fallimento vengono spesso visti come esiti unicamente legati agli sforzi personali. Se si fallisce, la colpa ricade interamente sull’individuo, che è percepito come incapace di raggiungere gli obiettivi prefissati. Questa visione è molto presente nella cultura aziendale e imprenditoriale, dove il successo economico è considerato una conferma del valore personale.

Mancanza di tolleranza per gli errori: In molte culture, l’errore è visto come una macchia sul carattere e sulla reputazione di una persona, anziché come un’opportunità di crescita. Le aziende e le istituzioni tendono a considerare il fallimento come un fallimento morale o professionale, punendo severamente chi non riesce a raggiungere gli obiettivi. Questo atteggiamento si traduce in una paura diffusa del fallimento, che può paralizzare l’innovazione e la creatività.

La religione e il concetto di colpa: La cultura occidentale è stata a lungo influenzata dalla tradizione giudaico-cristiana, che ha associato il fallimento e gli errori alla colpa e al peccato. In questa prospettiva, fallire non significa solo mancare un obiettivo, ma anche tradire una responsabilità morale o divina. Sebbene questo concetto si sia attenuato nel tempo, rimane una traccia culturale che associa il fallimento a un senso di vergogna e inadeguatezza.

Il sistema educativo: tutti siamo stati bambini ai primi giorni di scuola. Abbiamo vissuto la tolleranza e l’affetto delle maestre delle scuole elementari (oggi scuola primaria) che con dolcezza accettavano i nostri errori e ci aiutavano a progredire. Se alle elementari è considerato normale commettere errori, già a partire dalle scuole medie (oggi scuola secondaria di primo grado) le cose cambiano. Il sistema di valutazione degli studenti da si che vengano puniti o premiati con il voto a seconda che commettano errori oppure no.

    Cultura della perfezione: In molte società moderne, specialmente con l’avvento dei social media, esiste una forte pressione verso la perfezione.

    Il fallimento è stigmatizzato non solo in ambito lavorativo ma anche personale. La narrazione dominante spinge verso una rappresentazione idealizzata del successo e della vita personale, contribuendo alla paura del giudizio e al collegamento tra fallimento e colpa.

    Origini della cultura del fallimento come colpa

    Il capitalismo e la meritocrazia: Il capitalismo ha rafforzato l’idea che il successo sia il risultato di un duro lavoro, della disciplina e del talento individuale. Questa meritocrazia idealizzata crea una narrativa dove il fallimento è una manifestazione di incompetenza o mancanza di sforzo. Di conseguenza, chi fallisce viene visto come responsabile del proprio destino, e quindi in colpa.

    L’industrializzazione: Durante la rivoluzione industriale, l’efficienza e la produttività divennero valori predominanti. La misura del valore di una persona era spesso legata alla sua capacità di produrre e contribuire economicamente. Questa visione si estese alla vita personale e professionale, rendendo il fallimento una sorta di “offesa” contro le aspettative della società.

    La competizione e il darwinismo sociale: Nel 19° e 20° secolo, concetti come il darwinismo sociale (sopravvivenza del più forte) rafforzarono l’idea che il fallimento fosse una conseguenza naturale dell’incapacità di adattarsi o competere. Questa visione ha contribuito a legare il fallimento alla colpa, in quanto fallire era interpretato come segno di inferiorità o mancanza di valore.

    Il protestantesimo e la visione del lavoro: Nelle società influenzate dal protestantesimo, come quelle anglosassoni, il lavoro è stato storicamente visto come una virtù morale. Il successo economico era spesso considerato un segno della benedizione divina, mentre il fallimento era visto come una mancanza di grazia o addirittura di moralità.

      Impatto sul mondo imprenditoriale

      Questi tratti culturali hanno un forte impatto sugli imprenditori, che vivono spesso il fallimento non solo come un evento finanziario, ma anche come una sconfitta personale e morale. Esso viene spesso vissuto come una sconfitta così grave da mettere in discussione l’intera carriera e identità del soggetto coinvolto.

      L’idea che “fallire è colpa” porta molti a non voler rischiare, a evitare innovazioni e a nascondere i propri errori invece di imparare da essi.

      In altre culture, come in Giappone, la pressione a non fallire è talmente forte che il fallimento può portare a profonde conseguenze personali, fino al suicidio (ad esempio, il fenomeno del karoshi, o morte per troppo lavoro). Al contrario, negli Stati Uniti, il concetto di fail fast, fail often è più accettato in alcuni ambienti imprenditoriali, anche se rimane un’eccezione rispetto alla narrativa dominante.

      Identità personale e professionale: come ci vediamo

      L’identità personale si forma attraverso l’insieme delle esperienze, valori e credenze che una Persona sviluppa nel corso della propria vita. Parallelamente, l’identità professionale si costruisce nel contesto lavorativo e rappresenta il modo in cui le Persone percepiscono se stesse in relazione ai ruoli professionali.

      Per gli imprenditori, queste due dimensioni sono spesso fortemente intrecciate, poiché il loro ruolo nell’azienda non è solo un lavoro, ma una parte fondamentale dell’autopercezione.

      A questo si lega il concetto di ruolo aziendale, che definisce il set di responsabilità e aspettative legate alla posizione dell’individuo nell’organizzazione. Gli imprenditori assumono più ruoli simultaneamente, diventando spesso sia visionari che gestori operativi. Questo carico di ruoli amplifica la connessione tra identità personale e professionale fino a fonderle insieme.

      Nella vita imprenditoriale, il livello dell’identità è strettamente collegato a quello dei valori e delle credenze. Gli imprenditori spesso percepiscono l’azienda come un riflesso delle loro convinzioni e del loro scopo più alto. Di conseguenza, i successi o i fallimenti influenzano profondamente la percezione che hanno di se stessi.

      Quando l’identità è fortemente legata al ruolo professionale, eventuali difficoltà aziendali possono sfociare in una crisi di valori, capacità e comportamenti.

      Il rischio di identificarsi eccessivamente con il ruolo professionale

      Se un imprenditore costruisce la propria identità esclusivamente intorno al ruolo aziendale, il fallimento non viene percepito come un evento esterno, ma come un attacco diretto al proprio valore personale.

      Il rischio maggiore, quindi, è che l’imprenditore viva una crisi esistenziale: se l’azienda fallisce, la sua identità crolla, mettendo in discussione non solo il suo valore professionale, ma anche i suoi principi di vita, il senso della sua missione e, in alcuni casi, il suo posto nel mondo.

      Mantenere un equilibrio tra identità e ruolo

      È essenziale che gli imprenditori distinguano la propria identità personale dal ruolo lavorativo. L’identità dovrebbe fondarsi su valori e credenze che trascendono l’ambito professionale, permettendo di mantenere una visione più equilibrata di sé stesso, indipendentemente dalle fluttuazioni dell’azienda.

      Identità riflessa e sociale: come la percezione degli altri influenza il successo personale

      L’identità di un imprenditore non si costruisce solo attraverso l’autopercezione, ma è influenzata anche da come viene visto dagli altri. Questo concetto di “identità riflessa” si riferisce al modo in cui la nostra immagine e il nostro valore vengono percepiti dagli altri nel contesto lavorativo e sociale, come dipendenti, collaboratori, clienti e investitori.

      Le aspettative esterne, infatti, possono diventare potenti elementi che influenzano e modellano l’identità professionale.

      Gli imprenditori, in particolare, sono esposti a una forte pressione sociale, perché il successo e l’immagine pubblica della loro azienda spesso riflettono anche il loro valore come Persone. La visione che gli altri hanno di loro influisce sulla loro autostima e sul modo in cui si percepiscono nel ruolo aziendale.

      La pressione del giudizio sociale

      Essere costantemente sotto la lente d’ingrandimento può creare un’enorme pressione. Questo è particolarmente evidente nei contesti ad elevata competizione dove i risultati vengono misurati continuamente attraverso indicatori come il profitto, l’espansione e l’innovazione.

      Gli imprenditori tendono a essere giudicati non solo per la performance finanziaria dell’azienda, ma anche per la loro capacità di leadership, la gestione dei dipendenti e la loro immagine pubblica.

      Questo tipo di giudizio sociale può portare a comportamenti autolimitanti. In molti casi, gli imprenditori si trovano a prendere decisioni basate non solo su ciò che è meglio per l’azienda, ma anche su ciò che protegge o rafforza la loro reputazione agli occhi degli altri. La paura del fallimento non riguarda solo la perdita di denaro o di affari, ma anche la potenziale distruzione della loro immagine pubblica.

      Il ruolo dei collaboratori nell’identità riflessa

      I dipendenti e i collaboratori svolgono un ruolo cruciale nella costruzione dell’identità sociale. I feedback che essi forniscono, la loro motivazione e il loro rispetto verso la leadership dell’imprenditore incidono sulla fiducia che il leader sviluppa nel proprio ruolo.

      Un team coeso e rispettoso può rafforzare l’immagine dell’imprenditore, rendendolo più sicuro nelle sue decisioni e nella sua visione aziendale. Al contrario, un ambiente di lavoro conflittuale o dove manca il riconoscimento può minare la fiducia in se stessi e destabilizzare la percezione dell’imprenditore del proprio valore.

      Clienti e partner commerciali: lo specchio del successo

      Anche i clienti e i partner commerciali contribuiscono alla creazione dell’identità riflessa di un imprenditore.

      La fiducia che essi ripongono nell’azienda e nei suoi prodotti/servizi rappresenta una sorta di convalida dell’efficacia dell’imprenditore.

      Quando i clienti sono soddisfatti e l’azienda prospera, l’imprenditore ottiene una conferma tangibile del proprio successo.

      Al contrario, relazioni commerciali difficili o feedback negativi possono influire pesantemente sull’autostima e portare a una revisione critica dell’identità professionale.

      Il confronto con i pari

      Un altro elemento che alimenta l’identità riflessa degli imprenditori è il confronto con altri imprenditori.

      Questo confronto, spesso inevitabile, può influenzare positivamente o negativamente la propria percezione di se stessi.

      Quando un imprenditore si misura con i suoi pari, i successi e i fallimenti degli altri diventano uno specchio attraverso cui giudicare il proprio valore. Questo confronto può spingere all’innovazione e all’eccellenza, ma allo stesso tempo può alimentare sentimenti di inadeguatezza e insicurezza se gli altri vengono percepiti come più capaci o di maggior successo.

      La percezione pubblica e mediatica

      In un’epoca in cui la presenza mediatica è cruciale per molte aziende, l’identità riflessa si estende anche al modo in cui l’imprenditore e la sua azienda vengono rappresentati dai media e sui social network. Il giudizio mediatico può costruire o distruggere la reputazione di un imprenditore, spesso indipendentemente dai risultati concreti dell’azienda.

      La narrazione che i media o il pubblico costruiscono può influenzare pesantemente la percezione che l’imprenditore ha di sé stesso, anche quando tale narrazione non corrisponde necessariamente alla realtà.

      L’effetto a lungo termine dell’identità riflessa

      L’impatto dell’identità riflessa sugli imprenditori può essere a lungo termine, influenzando non solo la loro autostima ma anche le decisioni future che prendono.

      Un imprenditore che si percepisce costantemente sotto pressione per soddisfare le aspettative degli altri può sviluppare una visione distorta di sé, arrivando a fare scelte basate più sul mantenimento della propria reputazione che sull’effettivo bene dell’azienda.

      Fallimento come trappola dell’identità

      Dato un obiettivo, è opinione diffusa identificare con il termine “successo” il raggiungimento dell’obiettivo e con “fallimento” qualsiasi altra situazione che si è verificata.

      Se per qualsiasi motivo non raggiungi il punto B è un fatto.
      Così come il successo è un fatto, anche il fallimento è un fatto, ovvero un evento specifico e oggettivo, un’esperienza concreta che ha prodotto un risultato differente dalle aspettative.

      La trappola si manifesta quando il fallimento smette di essere un fatto e si fonde con l’identità fino ad assorbirne tutti i tratti (ruoli, valori, convinzioni, capacità, comportamenti). Il fallimento, da esperienza temporanea e specifica, si trasforma in una percezione stabile e costante della propria incapacità o inadeguatezza.

      E qui c’è da chiedersi: “quando singolo evento che avviene nell’esercizio di un singolo ruolo (imprenditore, manager, professionista) spazzare via tutti gli altri fatti e ruoli?“

      L’evento fallimento da esterno ed oggettivo diventa personale e soggettivo.

      Neurolinguistica del fallimento e identità personale

      La neurolinguistica è la disciplina che studia la realtà soggettiva. Il modo con il quale le Persone parlano a se stesse e agli altri influenza proprio mondo interiore e il mondo circostante.

      Quando le Persone si riferiscono all’identità, propria o di terzi, adoperano il verbo essere.

      Esempi: sono un imprenditore, sono un direttore del Personale. Il ruolo lavorativo viene usato per definire la Persona, assorbendo tutti gli altri ruoli della sua vita.

      Inoltre, identità è sempre.

      A questo proposito è utile notare che il linguaggio trasforma il fallimento:

      1. da fatto oggettivo a soggettivo;
      2. da evento specifico, e come tale circoscritto nel tempo, a ricorrente dal momento che identità è sempre.

      Questo è il potere intrinseco del verbo essere.

      Prenditi cura delle tue parole e le tue parole si prenderanno cura di te.

      Come le differenze culturali influenzano la gestione dell’errore e la percezione del fallimento

      La percezione del fallimento e la gestione dell’errore variano in modo significativo a seconda delle culture. Fattori come la religione, i valori sociali e il contesto storico influenzano profondamente il modo con il quale le Persone e le organizzazioni affrontano la gestione degli errori e interpretano il fallimento.

      Ecco un’analisi a grandi linee delle principali differenze culturali legate alla gestione dell’errore e alla percezione del fallimento, con riferimenti specifici alle culture latina cattolica, anglosassone e giapponese.

      Cultura latina cattolica

      • Gestione dell’errore: L’errore è percepito come un tradimento delle aspettative, associato a una dimensione morale e personale.
      • Percezione del fallimento: Viene spesso legato alla colpa e alla vergogna sociale, con una stigmatizzazione che può durare a lungo, rendendo difficile il recupero professionale.
      • Esempio: In Italia, un imprenditore che dichiara bancarotta può essere escluso da futuri progetti o collaborazioni a causa dello stigma sociale legato al fallimento.

      Cultura anglosassone

      • Gestione dell’errore: Il fallimento è visto come parte integrante del percorso di apprendimento e miglioramento, con l’idea di “fallisci velocemente e spesso”.
      • Percezione del fallimento: Il fallimento è accettato come una tappa verso il successo, e gli imprenditori che falliscono vengono spesso considerati più esperti.
      • Esempio: Negli Stati Uniti, Elon Musk ha subito fallimenti iniziali con SpaceX, ma ha trasformato queste esperienze in successi futuri, dimostrando la capacità di apprendere dagli errori.

      Cultura giapponese

      • Gestione dell’errore: L’errore è vissuto come una perdita di onore che coinvolge non solo l’individuo ma l’intero gruppo, con una forte responsabilità personale.
      • Percezione del fallimento: Il fallimento può avere conseguenze profonde, spesso accompagnato da gesti pubblici di scuse e pentimento per mantenere l’onore personale e collettivo.
      • Esempio: Nel 2010, il presidente di Japan Airlines (JAL), Haruka Nishimatsu, si dimise e si scusò pubblicamente dopo la bancarotta della compagnia, un atto simbolico per restaurare l’onore dell’azienda.

      Tre strategie pratiche per trasformare gli errori e il fallimento in opportunità

      Ecco tre strategie efficaci per affrontare gli errori e il fallimento come un’opportunità di crescita piuttosto che una colpa o un giudizio:

      1. Adottare una mentalità di crescita

      La mentalità di crescita, concetto sviluppato dalla professoressa Carol Dweck (Università di Stanford), enfatizza che le capacità e le competenze possono essere sviluppate attraverso l’impegno e l’apprendimento continuo.

      Invece di considerare il fallimento come un segno di incapacità, è utile considerarlo come un’opportunità per migliorare e rafforzare le proprie competenze.

      Questa prospettiva sposta il focus dall’autogiudizio all’apprendimento:

      • Riconosci l’errore come parte del processo di crescita.
      • Analizza cosa puoi imparare da ciò che non ha funzionato.
      • Focalizzati sul miglioramento continuo e sulla risoluzione dei problemi futuri.

      Esempio: Un imprenditore che fallisce con un prodotto può analizzare perché il mercato non ha risposto come previsto, apportare modifiche e rilanciare con una versione migliorata.

      2. Separare il fallimento dall’identità personale

      Un errore professionale o un fallimento non dovrebbe definire il proprio valore personale. È essenziale separare l’identità personale dagli esiti aziendali o professionali, evitando di identificare se stessi unicamente con il lavoro.

      Riconoscere che il fallimento è solo una fase o un evento aiuta a mantenere l’autostima e a non farsi intrappolare dal giudizio negativo:

      • Coltiva aspetti della tua vita oltre al lavoro (famiglia, hobby, passioni).
      • Accetta che fallire non riduce il tuo valore come persona.
      • Prenditi del tempo per riflettere su chi sei, al di là dei risultati professionali.

      Esempio pratico: Un manager che affronta una crisi aziendale può evitare di farsi travolgere emotivamente coltivando interessi extra-professionali che rafforzano la sua autostima.

      3. Riformulare il fallimento come feedback

      Invece di interpretare il fallimento come un verdetto finale, consideralo come un allenatore che ti restituisce un feedback utile per migliorare il processo o la strategia.

      Ogni errore può fornire informazioni preziose su ciò che ha funzionato e su ciò che va modificato.

      Questo approccio ti aiuta a distaccarti dal peso emotivo del fallimento e a usarlo come una leva per il progresso:

      • Raccogli dati dai tuoi errori per identificare le aree di miglioramento.
      • Condividi apertamente i fallimenti con il team, per trarne insieme insegnamenti.
      • Crea un piano d’azione basato su ciò che hai imparato.

      Esempio pratico: Un team che non raggiunge un obiettivo di vendita può rivedere i dati delle performance e capire cosa non ha funzionato, implementando nuove strategie per il futuro.

      Queste strategie ti aiutano a trasformare il fallimento da una fonte di stress e colpa a una risorsa preziosa per il miglioramento personale e professionale.

      Conclusioni

      In genere nella vita le Persone vengono identificate con il ruolo principale in base al contesto in cui si trovano. In ambito lavorativo, il ruolo preminente.
      Il ruolo è un’etichetta, in certi momenti necessaria, ma che ci mostra un singolo aspetto di quella Persona e non l’insieme. Questa modalità ci ingabbia.

      Al contrario, occorre avere ben presente quali sono i nostri ruoli personali e professionali, riservando la giusta attenzione a noi stessi.

      Per quanto mi riguarda, prima di essere un professionista, un marito, un papà, un figlio, eccetera, io sono Paolo e se Paolo non sta bene, tutti i ruoli di Paolo ne soffriranno, così come le Persone a me più vicine.

      Ogni Persona è più della somma dei suoi ruoli e dei suoi comportamenti. Separa sempre la tua identità dai ruoli che interpreti e dai comportamenti che tieni.

      Ricorda che il fallimento, così come il successo, è un fatto oggettivo circoscritto nel tempo e non non va mai confuso con l’identità della Persona.

      Desidero concludere questa riflessione con un proverbio giapponese che recita:

      七転び八起き
      Nana korobi ya oki
      Cadi sette volte, rialzati otto

      Non lasciare mai che un episodio della tua vita intacchi la tua dignità.

      Quale che sia la situazione nella tua impresa a proposito di risorse umane e processi aziendali, parliamone insieme in un confronto gratuito.

      Puoi apprendere molto da ciò che accade in aziende come la tua.
      Scrivere non è il mio mestiere, ma lo faccio ugualmente per condividere la mia esperienza.

      Libri che ho scritto

      Non sono uno scrittore.
      Mi piace condividere la mia esperienza, perché credo che mettere a disposizione degli altri un po’ del proprio sapere, contribuisca a rendere il mondo del lavoro un posto migliore.

      Non è
      colpa mia

      Riconosci, gestisci e smonta 52 alibi comuni nelle PMI italiane.

      Matrice delle competenze

      Guida definitiva che per costruire la tua matrice delle competenze.

      libro processi aziendali semplici

      Processi aziendali semplici

      Realizza passo passo i processi della tua azienda.

      libro processi aziendali semplici

      Intelligenza
      Aziendale

      L’unico metodo nato nelle PMI italiane che unisce processi, Persone, prestazioni.

      Non disponibile

      Iscriviti a Zero Alibi News

      Costruisci il tuo ecosistema anti alibi.
      Zero Alibi non è solo divulgazione.
      È un modo di vivere la gestione del personale,
      affinché le Persone facciano quello che c’è da fare, come e quando va fatto.
      Ruoli chiari, responsabilità senza scaricabarile, meno “non è colpa mia” e più esecuzione responsabile.

      Paolo Balestra · senior HR Manager

      Costruisco organizzazioni a prova di alibi in cui la produttività e il benessere sono in armonia.

      Da “non è colpa mia” a chi – fa cosa – come – entro quando, ivi comprese le relazioni sindacali.

      Paolo Balestra autore del protocollo Zero Alibi e del metodo Intelligenza Aziendale